RELATORI: DON ANGELO FABRIS E IL TERREMOTO DEL FRIULI

L'AMORE PER IL PROSSIMO E LA CAPACITÀ DI SOGNARE INSIEME CI AIUTANO A SUPERARE OGNI UMANO OSTACOLO

20160510 DonAngeloGIl Terremoto. Quarant'anni. Tanti ne sono passati da una tragica notte che a Lignano, impegnata nell'apertura di stagione, è arrivata solo il giorno dopo con le notizie e il dolore per familiari ed amici colpiti. Con le notizia l'ansia crescente man mano che comprendeva la dimensione dei lutti e dei danni. I ricordi di Don Angelo, nostro socio onorario che lo ha vissuto nei luoghi più colpiti, ci ha riportato alla memoria non solo il dolore ma anche quanto di buono si possa trovare negli uomini in tali momenti. Un racconto che ci ha preso e portato in un'altra dimensione, non solo temporale.

Nella primavera del ’76, conclusi gli studi teologici, stava per iniziare l'esperienza pastorale proprio a Gemona prima

di poter divenire diacono e l’anno successivo prete. Il 6 maggio dà l’ultimo esame di diritto canonico e la sera arriva il terremoto.

Il seminario di Castellerio è gravemente danneggiato ed inagibile, riesce contattare con i preti di Gemona (tutti sopravvissuti) e li raggiunge sistemandosi là stabilmente in ... tenda con altre persone, catapultato in una comunità che aveva salvato e soccorso centinaia di feriti e che piange già 400 morti…

Tiene tra le braccia la testa di tante mamme che avevano perduto i figli…. il dolore più grande che esista sulla terra, deve confrontarsi con domande terribili per un giovane inesperto: perché una pena così grande? Se Dio è amore infinito, come può volere o solo permettere accadimenti come questi?

Sprazzi di ricordi .... l'uomo che lavora sul tetto di una casa diroccata e che, vedendo arrivare il prete, che conosceva bene, esce con un ”Se avessi una scala che arriva lassù dove c’è “quello con la barba” non so che cosa gli farei…”. Risposte a questo non le ha trovate sui libri di teologia ma lì, tra quella gente colpita.
Non perchè ha avuto rivelazioni o visioni … gliele hanno portate quelli che chiama angeli ..… "quelle migliaia di persone che sono venute a dare una mano".
20160531 VolontariTerremotoSono stati angeli, nel vero senso della parola: hanno fatto capire che Dio esiste, che Dio ci vuole bene, che non toglie le disgrazie ma sicuramente ci da aiuto ad avere la forza di superare qualsiasi prova.

Nella mattinata del 7 maggio arriva pane fresco da Velden in Austria e i soldati austriaci, superando non si sa come trattati e divieti, si presentano con i loro mezzi per estrarre le persone dalle macerie.

Ecco, non ha mai capito se Dio potesse o non potesse evitare tutto quel male, ma lì ha compreso che ci aveva mandato angeli in carne ed ossa, con grandi ali d’amore. Lì ha capito che l’amore è l’unica risposta che possiamo dare, anche oggi, quando succedono cose tanto brutte.
In quei momenti non si cerca una risposta filosofica o religiosa, solo l’amore può consolare. In quei giorni, la morte era onnipresente e aleggiava su tutto, ma non ha mai più visto tanta bontà e tanto amore come in quelle ore. Persone, che non si parlavano da anni, si riconciliano e tutti si danno una mano.

Gli risuonano ancora dentro le parole dell’Arcivescovo Battisti davanti all’enorme fossa in cui erano stati sepolti, senza funerali ovviamente, 400 morti:   “Davanti a tutti questi morti, davanti a questo mare di dolore, abbiamo capito che l’unica cosa che conta nella vita è volersi bene, che l’unica cosa che resta di una vita è l’amore”.

Parole divenute il pensiero guida nella sua vita di prete.Poi, nei giorni successivi, il raccogliere i bambini ed i ragazzi rimasti a Gemona, le altre vittime, insieme agli anziani, del terremoto. Con l’aiuto di tanti volontari, il tentativo di liberarli con il gioco dalla paura di una terra che continuava a tremare.

Domenica 23 maggio la follia della messa in duomo - parzialmente crollato e pericolante e con tutto il centro storico rigorosamente “off limits” - richiesta dai generosi genieri bavaresi prima del loro rientro in patria. La gente accorsa a quella messa che doveva essere clandestina. L'arrivo del prefetto, di alti ufficiali dei carabinieri, della polizia, dell’esercito e dei vigili del fuoco che pareva volessero far uscire tutti ma che invece partecipano a quella che fu chiamata l’ultima Messa nel duomo di Gemona. Conclusa dal tristissimo silenzio fuori ordinanza della banda dei genieri … quasi tutti in lacrime.

20160531 DuomoGemonaA luglio diacono, in una baracca, davanti alle macerie del santuario di sant’Antonio con gente del suo paese, Varmo, che gli dice “puar frut, dulà che ti an mandat”. senza sapere che si sentiva beneficato da quanto poteva fare. In agosto celebra a Gemona in un parco la sua prima messa, animata dai ragazzi e dai volontari.

Così inizia a fare il prete in una comunità che aveva fatto l’esperienza della fine del mondo…
….si perché davvero un mondo era finito…un mondo fatto di vite, di case, di luoghi di ritrovo, di abitudini, di tradizioni consolidate, di chiese, di opere d’arte… non c’era più!     Non è stato facile, ma ha imparato ad andare all’essenziale nelle cose, a cercare le ragioni vere per cui vale la pena vivere. Si capisce che non si può fondare l'esistenza sulle cose…le cose passano.

L'autunno, la ricerca di un rifugio per l’inverno, il trasloco della parrocchia nello scantinato di una scuola quando, 11 settembre, c’è una prima replica del terremoto … ancora crolli… le montagne franano… ritorna la grande paura. Il 12 (all’aperto s’intende) le prime comunioni, con i bambini rimasti a Gemona ma una scossa li fa scappare.

Il 15 settembre alle tre del mattino il terremoto replica se stesso. Il chiarore della luna, il monte Chiampon con la colonna di fumo di una grande frana, sembra un vulcano e, quale segno apocalittico, la luna è contornata da un grande cerchio bianco. È la morte della speranza che aveva sostenuto, la fine del sogno di poter riparare le case rimaste, di una ricostruzione veloce…dalle tende alle case.Il freddo in arrivo. All'alba gli altoparlanti sulle auto invitano la popolazione a salire sui pullman già predisposti e a raggiungere la costa. Il giro nelle tendopoli con il parroco …negli occhi della gente disperazione. “Ca nus benedissi, monsignor”, e il vecchio saggio pastore, anche lui ormai rassegnato risponde: “se almancul une benedission a jovas”. Alle 11 una nuova fortissima scossa…bisogna andare!!! Le voci più disparate. Vulcani, voragini pronte ad aprirsi nel terreno (anche persone tutt’altro che sprovvedute)…tutto spinge all'irrazionalità.

Nella parte bassa, dove il terremoto era stato meno devastante e dove la gente voleva restare a tutti i costi, si lascia una presenza della parrocchia in una roulotte. L'esodo di chi non aveva più niente verso Lignano. La buona accoglienza e qui si cerca di ricostruire una parvenza di comunità, inizia ad insegnare religione alle medie di Gemona e in quanto prete più giovane si occupa dei ragazzi. La notte di Natale del 1976, l’arcivescovo che celebra la Messa in centro a Gemona. Il paesaggio è terrificante. Una campana recuperata dalle macerie del campanile del duomo e issata su una gru, fa sentire i suoi tristi rintocchi….è il Natale più triste, ma è sempre la notte più santa.In primavera si rientra, riprende la vita nelle baracche, con tante attività con i bambini, ragazzi e giovani. I centri della comunità donati dalle Caritas italiana e tedesca, diventano centri pulsanti: in una Gemona morta, si riaccende la vita, Ancora tanti volontari che sostengono e aiutano.

Come in ogni vicenda umana, ci sono luci (tante) e ombre, nascono miti e leggende e si fanno e dicono sciocchezze come la pretesa di passare dalle tende alle case, senza baracche, per evitare un nuovo Belice, di allontanare i militari (fortunatamente presenti e che hanno salvato molte vite) dalle caserme per riempirle di terremotati.

Otto anni in baracca. Alloggi essenziali in ogni aspetto. Poi, a dieci anni dal terremoto, l'esaltante momento, grazie all’impegno di un grande soprintendente, l’architetto Pavan, e dell’allora arciprete di Gemona, mons. Brollo la ricostruzione, a tempo di record, del duomo e del campanile. Almeno 200 donne di Gemona lo ripuliscono da cima a fondo per l'indimenticabile riapertura, il 4 gennaio 1986, con la consacrazione episcopale del Parroco, mons. Brollo.
Riudendo il suono delle campane, rivedendo aperto e bello quel gioiello delle storia e dell’arte… …. si piange di gioia, è il giorno più bello della sua vita. È quello nel quale mentre impone la mitria vescovile sul capo di mons. Brollo comprende una una grande verità: nessun sogno è troppo alto e troppo bello se si sogna insieme, se ci si impegna insieme, se si mettono da parte i particolarismi, per il bene di tutti.

Da don Angelo abbiamo percepito molto di più di quanto le parole hanno detto e il ringraziamento finale del nostro presidente non ha concluso una serata ma, forse, riaperto la via a più profonde riflessioni.

Foto del duomo by San Marco