RELATORI: IL PROF. VINCENZO ORIOLES E "LA LINGUA ITALIANA TRA DUE FUOCHI?“

L’ITALIANO, NONOSTANTE I LINGUAGGI TECNICI E STRANIERI DA UN LATO E  LA RISCOPERTA DEgLI IDIOMI LOCALI DALL’ALTRO, REGGE E ALL’ESTERO È AL QUINTO POSTO TRA LE LINGUE PIÙ STUDIATE AL MONDO

La relazione del Prof. Vincenzo Orioles, Ordinario Letteratura Italiana Università Udine, è stata una piacevole quanto interessante conversazione

Presentato dal Presidente Cottignoli ci ha spiegato che con Cottignoli condivide un sogno. Quello di creare aggregazione culturale. Hanno lavorato insieme pensando soprattutto a creare tessuto culturale. Si augura di poter continuare con altre iniziative in questo territorio che gli piace molto perché lo ispira, perché raccoglie un po’ in sé un microcosmo di lingua, di cultura, di tradizione

Il tema scelto intende trattare lo stato di salute della lingua italiana. Essa rappresenta il patrimonio delle generazioni che ci hanno preceduto e che viene trasmessa di padre in figlio. Senza che ce se ne renda conto, dal biberon in avanti, il bambino spontaneamente la condivide la fa sua.

Ma che lingua è rispetto al periodo delle sue origini?

Intorno al 1866 si forma l'Unità d'Italia. Quanti parlavano italiano all’epoca?

Quest'anno ricorre il primo anniversario della scomparsa di De Mauro, lo studioso che ha cercato di capire quanti a Latisana, Cuneo o Messina parlassero allora italiano. Tra le varie ipotesi la sua indicava il due virgola cinque per cento! Più temperata l’ipotesi di Castellani, un altro grande linguista fiorentino, che gli replicava che in un’Italia con circa venticinque milioni incideva Roma, sia per la presenza del clero sia perché il romano non era così lontano dall’italiano. E indicava come plausibile il dieci per cento.

Un salto al 1964. Un personaggio, Pasolini, proclama che è nata la nuova lingua italiana. L’italiano tecnologico. Il “tecnichese”, come lo definiva lui. Non più italiano letterario ma una specie di italiano aziendalese. Era il periodo economico, 1958 – 1963. È lì che nasce veramente il possesso generalizzato dell'italiano nella gran parte della comunità. Quindi in questo spazio di tempo, cent’anni, dal due virgola cinque per cento, questa lingua, con grande accelerazione, riesce a diventare patrimonio, diciamo di metà degli italiani. Non l’odierno 100%.

In un secolo si è verificato un processo di accelerazione che ci distingue da tutte le altre nazioni. Francia, Spagna, Inghilterra hanno avuto delle monarchie stabili. Nonostante tutte le critiche che possiamo condurre e tutte le stratificazioni che ci possono essere, Francia, Spagna, Inghilterra persino Polonia o la grande Russia, hanno avuto una lingua nazionale di riferimento. In Francia nel 1547 dell’Ordonnance de Villers-Cotterêts. Un famoso editto in cui si diceva :" d'ora in poi si parla francese dappertutto".

Il latino piano piano scompare. La lingua francese, spagnola, l'inglese sono la lingua della corte. Perché in Francia, Spagna e Inghilterra la lingua della nazione coincide con quello della capitale.

Sono stati facilitati. Hanno avuto la capitale a disposizione. Mentre Roma era un’area isolata. Abbiamo vissuto dai grandi trecentisti fino al 1861 con una visione dell'Italia letteraria. L'italiano era la lingua delle grandi menti, eppure girava. L’élite culturale lo dominava. Insomma, si arriva al 1861 con una lingua sostanzialmente di pochi notabili.  Le cose non vanno meglio con la prima guerra mondiale.

Il piccolo sviluppo della Prima Guerra Mondiale. Le catastrofi a volte portano qualche implicazione positiva. Gli italiani si conoscono tra loro. Un piccolo avvicinamento. Il film "La grande guerra" con Alberto Sordi e Gassman è un po' la metafora dell'Italia che comincia ad avvicinarsi, a conoscersi. 

Il fascismo certamente svolge una funzione unificante della lingua italiana, con la pecca della xenofobia. C'è una riforma della lingua. L'universo in cui la lingua si diffonde aumenta. Ma i fatti nuovi succedono nel quinquennio che va dal il ‘58 al ’63.

È un progresso di quantità. Pasolini lo intuisce nel suo intervento a Napoli: “fa i primi vagiti l'italiano come lingua nazionale”. Se ne accorge nel ‘64 e fa l’esempio del discorso di Aldo Moro all'inaugurazione di una tratta dell’Autostrada del Sole. Il discorso è incomprensibile. Ricco di proposizioni subordinate, di lunghezza estenuante.

Quantità, cioè molti italiani diventano italofoni già nella prima infanzia, ma la qualità della lingua comincia a perdere colpi. È una lingua aziendalese “tecnichese”. Una lingua complicata. Il burocratese. Comincia a nascere la lingua burocratica, aziendale.

Burocratica perché c'è questo vizio congenito della comunicazione istituzionale aulica. Si chiama burocratese oppure “tecnichese”, “scolastichese”. Parliamo difficile, non semplice.

Si pensi ad un ordinanza Municipale o qualcosa di simile. C’è il burocratese, la lingua della burocrazia, la lingua della comunicazione che lo Stato dovrebbe dare al cittadino, spesso intrisa di astruserie; l’aziendalese termine ipertecnologico, ipervalutativo.

C'è un terzo Peccato, gli anglicismi. Devono essere nati negli anni Settanta. Ormai abbiamo un ministero del Welfare, non c`’è più l’ufficio clienti ma l'ufficio di Customer Care. Si sentono tutta una serie di termini che trasformano ciò che sarebbe nativo italiano. C’è questo impreziosimento, abbellimento.

Ciò avviene perché siamo permissivi. Durante il ventennio abbiamo avuto la lista delle parole vietate. Il bar si trasformava in mescita, il garage in autorimessa. Sotto il ventennio trenta intellettuali dell'accademia d'Italia si riunivano una volta al mese con la lista di proscrizione delle parole vietate.

All'indomani della Seconda Guerra Mondiale non abbiamo avuto il coraggio di fare come la Francia che ha un’Accademia che tuttora agisce e vieta , ad esempio, trasforma il computer in ordinateur.

Abbiamo liberato perché non avevamo il coraggio di creare un freno perché poteva essere percepito come un passo indietro e un ritorno alla xenofobia. Allora si è diffuso il gusto dell’impreziosimento.

Per l’auto non più accessori ma optional. La parola ci trasporta in un mondo magico e quindi in un camuffamento del reale. Ci avviciniamo al mondo attraverso la parola magica. Quindi se è una forma di attrazione verso lo straniero è anche un compiacimento nostro interiore. Perché una parola che ci suscita un' emozione, ci fa dimenticare la realtà. La camuffa. 

Un altro punto è l’improvvisa, inaspettata, rinascita del dialetto e delle lingue locali dagli anni 70 in poi. Il “revivalismo”. Un fenomeno che richiede attenzione e rispetto di tutte le forme di rivalutazione dell'idioma locale.

Cosa è successo? La lingua italiana è dimagrita. Il suo corpo è stato aggredito da una parte da tutte queste forme di lingue strane, tecniche, straniere. Però ha resistito. Non siamo una lingua in pericolo.

L’altro rischio sono gli idiomi locali che però vanno rispettati. La lingua deve essere emozione, qualcosa che ci colpisce dentro.

Conclusione. Quale è lo stato di salute?

In Italia così così. All'estero andiamo bene. All’estero c'è una rinascita dell'Italiano. Siamo la quinta lingua studiata nel mondo sebbene numericamente la posizione che occupiamo tra le lingue del mondo è ben lungi da altre. Il cinese è ovviamente il primo (890milioni). Noi siamo al ventunesimo posto.

La frequenza negli istituti di lingua italiana all’estero è in crescita. Ci ha aiutato la piccola impresa. Il made in Italy. Ricordiamo la prima esposizione di palazzo Pitti nel ’53. Tre grandi linee che hanno attirato l’attenzione mondiale: cibo, moda e arredi. La parola italiana più usata nel mondo adesso è  “tirami su”. Una volta era pizza o mozzarella.

C’è anche un altro aspetto che sfugge. Abbiamo una lingua che ci consente di leggere ancora oggi i nostri grandi classici del trecento mentre altre popoli non capiscono più quanto scritto nelle loro lingue alcuni secoli fa.