RELATORI: IL DOTT. LUCA OCCHIALINI E "DAL PIANO YOUNG A BASILEA 3, NORME BANCARIE E BANCHE COOPERATIVE”

LA DIVERSITÀ ORGANIZZATIVA DEL GRUPPO DELLE BANCHE COOPERATIVE È LA GARANZIA DI SALVAGUARDIA DELLA LORO CARATTERISTICA ORMAI UNICA, LA FUNZIONE E IL RADICAMENTO LOCALI

Il presidente, Enrico Cottignoli ha introdotto il dott. Luca Occhialini, Presidente della Banca Ter, con ricordi del padre - conosciuto negli anni sessanta - promotore dello sviluppo zootecnico friulano e la sottolineata nostalgia per le banche fatte più dalle persone che dall’informatica.

Il dott. Occhialini ha rinviata ad altra occasione il tema previsto di cosa fa una banca cooperativa, che è una banca diversa, sul territorio per trattare invece l'evoluzione delle banche focalizzando l’aspetto essenziale del ruolo avuto dalle normative.

Esse hanno giocato un ruolo essenziale per quello che è diventata la banca oggi.

Parte con il comitato di Basilea, istituito nel 1929. Nel gennaio di quell’anno i vari stati vincitori della prima guerra mondiale sia accordarono su quanto Austria e Germania, sconfitte, avrebbero dovuto pagare. A questo aveva lavorato una commissione che prese il nome dal suo presidente, l’americano Owen D. Young.  Pochi mesi dopo, a fine anno, iniziava la più grande crisi della storia economica mondiale. La crisi del 29 le cui drammatiche conseguenze impattarono ancora più pesantemente negli stati dipendenti più di altri da debiti esteri. Tra queste la Germania dove, nel 1933, Adolf Hitler decise unilateralmente di annullare questo debito la cui ultima rata sarebbe scaduta nel 1988.

Nel 1930 si istituì, nell'ambito proprio del Piano Young, la prima istituzione finanziaria internazionale: la Banca dei Regolamenti Internazionali con il compito di acquisire quelli che dovevano essere i flussi di pagamento a favore delle Nazioni vincitrici. Il piano Young non c’è più mentre la Banca dei Regolamenti Internazionali sopravvive e ha sede a Basilea. Al suo interno vi sono dei comitati e il più importante, che di fatto può essere definito il comitato esecutivo, è il Comitato di Basilea. Questo è nato nel 1974 a causa del fallimento di una banca tedesca che, anche se non era una grande banca, aveva dei coinvolgimenti da nazionali perché lavorava sulla valuta internazionale e poteva provocare effetti domino pericolosi in campo internazionale.

Il Comitato di Basilea ci è noto per quello che ha fatto dal 1974 ad oggi: si tratta di accordi che vengono inviati ai Capi di Stato e alle Banche Centrali.

È una società per azioni e al suo interno ci sono solo ed esclusivamente delle banche centrali, per cui tutti enti di diritto pubblico. Sono oltre 60 quelle che fanno parte della banca dei regolamenti internazionali mentre il comitato di Basilea è formato da alti funzionari delle banche.

Il comitato di Basilea, dopo quanto era successo a questa banca tedesca, per costruire una garanzia nei confronti dei contribuenti e dei clienti delle banche, ha prodotto, nel 1988, Basilea 1.

È importante ricordare che Basilea 1 è un accordo che invita gli stati di tutto il mondo e di fatto le Banche Centrali a emettere leggi nazionali coerenti. Il comitato di Basilea dà linee guida dalle quali non ci si può molto scostare.

Basilea 1 indica una regola fondamentale: i requisiti minimi di capitale e di patrimonio necessari affinché una banca in tutto il globo possa avere una licenza. Cosa che prima non era così scontata come si potrebbe credere.

In Italia Basilea 1 provoca due Leggi. La prima, nel 1990, è la legge Amato che ci avvicina agli stati evoluti, quindi all'Europa e agli Stati Uniti e consente alle banche di fare molte più cose di quello che in effetti potevano fare prima. Le banche avevano di fatto una tutela immensa perché erano degli istituti di fatto pubblici e intoccabili. Questa legge cambia soprattutto che ne vengono esclusi proprio gli istituti di diritto pubblico come il Banco di Sicilia, il Monte dei Paschi di Siena e la Banca Nazionale del Lavoro che avevano l’esclusiva per determinate operazioni.

La legge Amato chiude differenza fra queste banche e altre. La conseguenza, la parte impresa delle banche diviene la parte industriale e dall'altra nascono le fondazioni. Le fondazioni hanno, come si sa oggi, in mano dei pacchetti importanti delle stesse banche per cui hanno una forte influenza. Una cosa che chi ha fatto la legge non aveva previsto.

La seconda legge, il Testo Unico Bancario del 1993, è importante perché raduna tutte le normative delle banche. Per quanto riguarda le banche di Credito Cooperativo cambia tutta la situazione consentendo loro completa operatività e quindi crescita.

Crescita costante che le ha portate da banche mono sportello a banche anche con dimensioni relativamente importanti. Radunate tutte in linea teorica, oggi come network e domani come gruppo, sarebbero la seconda banca italiana.

Perché ormai le banche italiane hanno capitale estero. Soprattutto UniCredit che non è più una banca italiana. Grazie alla legge Amato e il testo unico c'è la corsa di ingrandirsi per cui nascono tutte quelle aggregazioni tra banche che portano da 1100 banche che c'erano nel 1990 ha quasi la metà in pochi anni.

In pochi anni accadono altre cose importanti: i 12 istituti autonomi friulani importanti perdono la loro autonomia.  Nel 1990 la banca popolare di Tarcento, nel 91 la Banca Popolare di Codroipo, nel 92 la Banca del Friuli, nel 94 la Banca di Gemona e 95 quella di Latisana, nel 96-97 le due popolari di Trieste. Nel giro di pochi anni sparisce il credito regionale: spariscono tutte le Casse di Risparmio Udine e Pordenone poi la Popolare Udinese, poi Gorizia ed infine quella di Trieste. Nel 1999 anche la Friuladria, che aveva inizialmente acquisito Tarcento e Latisana, diventa Intesa.

Il Friuli perde tutte le proprie banche o quasi tutte perché rimangono la Cividale e le banche di Credito Cooperativo.

Nel 2004, considerate alcune problematiche che non erano state corrette da Basilea 1, si prepara Basilea 2 basata su tre pilastri.

Il primo è sempre quello del minimo di capitale. A questo si aggiunge il secondo: quello prudenziale che dà una chiara impronta di attenzione al rischio che prima era molto meno normato. Infine il terzo, quello che obbliga le banche a dare informazione più chiara e più aperte al pubblico alla clientela.

Gli effetti, dati i tempi tecnici delle applicazioni nazionali cominciano 2006-2007 quando arriva la crisi. Nata negli Stati Uniti, esplode nel giro il brevissimo tempo per un errore fondamentale della legislazione statunitense che consentiva a molte banche di dare mutui a persone che non avevano la capacità di restituire il debito per poi impacchettarli in prodotti che venivano una volta venduti come garantiti, sicuri senza rischio. Alla fine rischiano di saltare molte banche e il Tesoro e la Fed USA riescono, chiaramente con una quantità enorme di milioni di dollari, a salvarle. Non tutte però. La Lehman and Brothers non viene aiutata e ancora si sta studiando per capirne il motivo.

Segue il vero effetto domino e nel giro di pochissimi mesi tutti tutte le banche del mondo cominciano ad avere dei problemi molto grossi.

A questo punto nasce Basilea 3 i cui effetti si stanno ancora producendo. Dal 2010 ad oggi stiamo ancora adottando norme e leggi. Per dare un’idea della mole: le indicazioni di Basilea 1 sono contenute in 35 pagine, Basilea 2 ne ha 350 pagine e Basilea 3 ne ha 850.

Le indicazioni devono essere poi tutte adottate con interpretazioni non identiche ma abbastanza simili nei diversi stati. Nel 2016 in tutti gli istituti europei arrivavano ogni giorno cinque nuove norme o leggi.

È immaginabile la complessità crescente alla quale si aggiunge la nascita, sempre nel 2007-2010, dell'Unione Bancaria in Europa.

I pilastri dell'Unione Europea sono, come noto, quello economico, che ha attuato i passaggi importanti negli ultimi 56 anni, quello bancario in corso, poi c'è quello fiscale che chissà quando e come finirà ed infine il quarto, il sogno, quello politico.

Importante sottolineare una cosa: nel 2007-2010 quando c'era Basilea 3 e nello stesso tempo si iniziava a costruire l'unione bancaria si vedevano le norme che stavano uscendo. C’era ancora aperta una finestra che consentiva agli Stati europei di sostenere con un aiuto di Stato le proprie banche.

Mentre in quegli anni e fino al 2014 tutti gli stati europei aiutano le proprie banche in vista della chiusura sia degli accordi di Basilea che delle normative dell'Unione bancaria, l'Italia fa una scelta diversa che è la madre i nostri mali odierni.

Aiuti che a livello europeo sono ben 600 miliardi, 20 manovre finanziarie italiane. Lo fanno tutti a cominciare dalla Germania che adesso alza la voce. Germania che tra il 2010 e il 2014 ha dato alle proprie barche 260 miliardi di soldi pubblici! La Gran Bretagna ne ha dati 140. La Spagna 50 miliardi e via via a scendere fino alla Slovenia che ne ha data una decina. L’Italia? Un miliardo, uno.

Perché? Perché i governi che si sono succeduti, forsanche con un aiutino della Banca d'Italia, hanno sostenuto che le banche italiane non avevano questo tipo di problema. Invece il problema c'era. E dal 2015 la finestra si chiude per cui gli aiuti di Stato a livello a livello europeo sono proibiti mentre in Italia i nodi vengono al pettine in maniera improvvisa e fortissima.

Il prodotto di quelle problematiche, siamo ormai ai giorni nostri, lo conoscono tutti: quattro banche del centro Italia, tutte banche che, come fatto in altri Stati, potevano essere salvate.

Un paio hanno anche delle responsabilità e problematiche diverse, però vista sotto il profilo della situazione generale, quella del sistema bancario italiano avrebbe potuto essere completamente differente. La conseguenza, gli assetti di partecipazione. Le banche italiane hanno perso autonomia per l’entrata di capitali esteri importanti su banche piccole, medie e grandi - come successo su UniCredit - che hanno aumentato di gran lunga l'influenza estera all'interno delle banche nazionali.

Succede anche un'altra cosa: vengono accelerate due leggi. Quella delle popolari, che all'inizio del 2015, dall'oggi al domani, ha obbligato quelle con oltre 8 miliardi di capitale a diventare delle società per azioni. Anche se guardando alcuni aspetti, ad esempio il diritto di voto a identico di soci con partecipazione minima e soci con ingenti capitali, la decisione ha senso.

L'altra legge, imposta nel giro di una notte come successo per le popolari ma diciamo in una sorta di discussione a livello di governo, è quella delle Banche di Credito Cooperativo che diventa poi autoriforma.

Siamo nei primi mesi del 2016 e la legge consente alle stesse banche cooperative, dato che erano anche una situazione migliore rispetto alle altre, di costruire questa autoriforma.

Questa legge le obbliga ad aderire obbligatoriamente ad un gruppo bancario formato dalle stesse banche di Credito Cooperativo e una capogruppo.

Si sta definendo proprio in questi giorni a livello di vigilanza il patto di coesione che consentirà di capire quali sono i doveri della capogruppo che comunque, nell’ambito bancario, si differenzia moltissimo da tutte le altre.

Infatti tutti i gruppi bancari europei hanno come capogruppo una Holding che ha in mano la maggioranza dei pacchetti azionari delle banche.

Nel gruppo bancario Cooperativo è il contrario perché sono le stesse banche di Credito Cooperativo che hanno in mano la maggioranza delle azioni della capogruppo.

Infatti si sta costruendo adesso, assieme alla vigilanza, la governance di questo capogruppo in modo da garantire una maggioranza all'interno del board espressione delle stesse banche di Credito Cooperativo.

Questa è una grandissima differenza.

Un'altra grande differenza che all'interno del patto di coesione vi è un modello che si diversifica molto da quelli delle altre banche: il cosiddetto modello di valutazione.

Questo dice che la capogruppo controlla le banche di Credito Cooperativo con determinati parametri. Se una banca si mantiene al di sopra dei parametri previsti di fatto mantiene le autonomie che aveva prima della creazione del gruppo.

Purtroppo vi è un motivo di preoccupazione recente. A livello parlamentare si mette in dubbio questa impostazione anche se è ormai praticamente conclusa e in attesa del nulla osta della BCE. Anche se è un dubbio in buona fede può avere negative conseguenze. Basti pensare al lavoro investito, alle connessioni stabilite - che vanno dagli organi di vigilanza nazionali a quelli europei - e alle risorse già raccolte per la capitalizzazione della capogruppo e alla necessità di trasformarlo in operatività. Per la sola banca Ter 27 milioni di euro che sono una cifra importante per una piccola banca locale. Si spera che un approfondimento consenta ai parlamentari di rendersi conto dell’importanza di questa impostazione volta a garantire la sopravvivenza delle Banche locali legate sia per capitale che per attività al proprio territorio.

Un grazie al relatore per la chiarezza con la quale ha trattato un tema complicato e una serie di domande e considerazioni hanno concluso l’incontro.