RELATORI: PAOLO VENTURINI E "LE AQUILE DELLA MONGOLIA"

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IL NOSTRO SOCIO CON LA PASSIONE DI LUOGHI E A VOLTE IMPEGNATIVI VIAGGI IN OGNI PARTE DEL MONDO

In una serata dedicata ai viaggi ed alla conoscenza di popoli e tradizioni diverse dalle nostre, il socio Paolo Venturini ci ha raccontato della sua partecipazione alla “EAGLE FESTIVAL” che si svolge annualmente in Mongolia nella regione kazaka degli Altai.

Come introduzione al viaggio il relatore si è soffermato su alcuni tratti salienti che caratterizzano la Mongolia patria di Gengis Khan oggi stato grande cinque volte l’Italia ma in un lontano passato un impero che copriva oltre il 20% della superficie terrestre.

La Mongolia da sempre ha conquistato ed è stata conquistata da molti popoli nomadi asiatici e cinesi con forti influenze da ultimo dell’URSS.

Tutto ciò si vede in maniera chiara ancora oggi tante sono le etnie, le facce e le tradizioni che si trovano sul suo territorio attuale.

Negli ultimi tempi la Mongolia si è ripresa bene dall’occupazione e dal repentino abbandono della Russia, passando da una economia disastrata ad un tasso di sviluppo che supera il 5% annuo, frutto soprattutto dello sfruttamento di miniere di ferro e rame, dei giacimenti di petrolio nonché dell’allevamento di molti animali talvolta allo stato brado.

La popolazione di oltre 3 milioni di individui per circa la metà vive nella capitale Ulaan Baator per il resto in piccoli villaggi o quali nomadi, nelle immense praterie che caratterizzano la Mongolia.

La capitale è una esplosione di grandi grattacieli moderni che convivono con vetusti fabbricati di stampo sovietico e con alcuni monasteri di recente restaurati, testimoni di un tempo in cui un terzo della popolazione maschile era costituito da monaci buddisti-tibetani in seguito eliminati o spediti in Siberia da Stalin.

20190300 PV 1Aspetto negativo della capitale è certamente l’inquinamento, che non ha pari nel mondo, derivante da enormi centrali elettriche a carbone in piena città, dal diffuso riscaldamento a legna e dal caotico traffico cittadino di autoveicoli.

Durante il lungo inverno, nel quale la temperatura scende anche a 40 gradi sottozero, vengono superati di venti volte, tutti i parametri massimi di inquinamento atmosferico.

Ma la vera Mongolia si vede una volta usciti dalla capitale in spazi infiniti fatti di aride steppe poche coltivabili, abitate da nomadi e da animali in semilibertà per lo più capre, pecore, yak, cavalli ed in qualche parte anche cammelli battriani, lupi, volpi ed uccelli di ogni tipo tra cui le aquile.

Lungo la strada si è visitato qualche monastero, si è alloggiato in alcune Gher (tende circolari in feltro con una stufa al centro abitate dai nomadi) od in campi attrezzati e ci si è riempiti gli occhi per i tanti corsi d’acqua, cascate, laghi e montagne ricoperte di larici o di pini.

Al di fuori delle poche strade asfaltate, tutti i trasferimenti giornalieri sono stati fatti con vecchie e resistenti Uaz russe, formidabili per superare ogni ostacolo, entrare ed uscire dalle buche e correre ed arrampicarsi su strade bianche e pietrose o su ponti in legno disastrati.

20190300 PV2Nel deserto del Gobi, il nostro sguardo è stato attratto dalle sconfinate visioni di terre aride, di colline di sabbia bianca, di canyon scavati dall’acqua, di ghiacci eterni, di cumuli sacri di pietre di forma conica arricchiti da sciarpe color celeste ed offerte votive, nonché in altri posti da conformazioni rocciose multicolori dove in un recente  passato, sono state ritrovate uova di dinosauro.

La parte più spettacolare del viaggio però è iniziata dopo un volo di tre ore nel quale ci siamo trasferiti tra le montagne e gli altipiani dell’Altai.

L’avvicinamento al Festival delle Aquile è durato cinque giorni nei quali supportati da drivers del posto, da una splendida guida kazaka, da una cuoca e dalle indistruttibili Uaz, abbiamo attraversato parecchie vallate, dormito a terra tutti assieme nelle fredde Gher ma dentro i nostri sacchi a pelo e poi fotografato paesaggi indimenticabili spesso coperti da un leggero manto di neve.

Oltre a ciò antichi graffiti, statue a forma d’uomo scolpite molte migliaia di anni fa’, cimiteri  kazaki in funzione o anche testimoni di cruenti combattimenti del passato.

L’accoglienza e la disponibilità delle famiglie nomadi, che ci hanno fatto assaggiare prodotti locali, quali latte, formaggio, burro salato, cubetti durissimi di una cagliata di latte di giumenta, è stata squisita e qualche volta accompagnata da canti e da dimostrazioni di come si svolge la caccia con l’aquila.

Di notte ululati lontani di lupo, finché una sera uno di questi solitario è sceso dalla collina ed è venuto a trovarci in cerca di cibo tenendosi peraltro a distanza di qualche metro.

Poi, giunti nella cittadina di Ulgii, sono arrivati i due giorni dell’Eagle Festival. L’area del festival è a pochi km dalla città ma già prima di arrivare si vedono alcuni cavalieri che procedono con la loro aquila appoggiata sul guantone. Giunti sul posto è un’esplosione di colori, emozioni e fotografie.

20190300 PV3Le aquile addestrate per la caccia sono tutte femmine del peso di circa 6/7 kg, catturate dal nido prima che inizino a volare e vissute poi in piena simbiosi con il cacciatore per almeno due anni prima di poter partecipare alle gare.

In mattinata è iniziata la sfilata di oltre cento cacciatori vestiti con pellicce e copricapi di lupo e di volpe, tutti in sella a veloci cavalli con finiture di pregio e riuniti in gruppi rappresentativi delle varie vallate. Il tutto in un’atmosfera gioiosa di festa in un’area riempita anche di bancarelle e Gher dove si potevano acquistare prodotti di artigianato, abbigliamento e gustare il cibo kazako.

Nel pomeriggio sono iniziate le gare dove l’aquila, portata su di una collina prospicente da un altro cacciatore ed incitata dalle forti grida del suo cavaliere, doveva afferrare la preda nel minor tempo possibile e con la dovuta eleganza ed armonia di tutti i movimenti.

Nelle pause, a lato del campo di gara, combattimenti tra cavalieri che fortemente avvinghiati con le gambe al cavallo, dovevano disarcionare l’avversario e strappargli la pelle di montone.

Più in là gare di tiro con l’arco tra uomini, tutti in abbigliamento tradizionale, oltre che vari accampamenti di gruppi di partecipanti alle competizioni e tante aquile.

Il secondo giorno ulteriori prove di abilità nelle quali però almeno il 50% delle aquile non rispondevano al richiamo del padrone e si involavano dietro le colline per poi essere faticosamente riprese.

La nostra guida kazaka ci ha presentato Aishoplan la tredicenne vincitrice a sorpresa del festival dell’anno precedente, nota ormai in tutto il mondo per essere stata la protagonista del film-documentario “La Principessa e l’Aquila” programmato circa due anni fa in parecchie sale cinematografiche compresa quella di Lignano Sabbiadoro.

Sia la principessa che suo padre però in questo festival hanno visto l’aquila girare la collina.

Oltre alla finale della gara principale, si è svolta anche una simpatica competizione di coppia, vinta proprio dalla nostra guida che oltre che ad essere bella, suonava, cantava e cavalcava divinamente. Il tutto consisteva in un inseguimento di un cavaliere che, lanciato in una folle corsa  e trattenendo le redini del cavallo montato da una donna che lui voleva rapire, veniva invece ripetutamente colpito dal frustino di quest’ultima che intendeva resistergli.

Alla fine c’è stata la cerimonia di premiazione da parte di giurati scelti per la loro autorevolezza e lunga e vissuta esperienza.

Giornate indimenticabili chiuse con uno spettacolo di musica, contorsionismo e canto di gola difonico e poi il giorno seguente un’ultima cena kazaka in Ulaan Bataar. (pv)